Un siculo nordista – Etna Rosso DOC 2018 – Irene Badalà

Figura 1 – Mappa della Denominazione Etna DOC, con focus su Passopisciaro e le vigne in Contrada Santo Spirito di Irene Badalà.

È il 1968 e nasce la prima DOC siciliana, ha i natali in provincia di Catania e comprende un territorio di raro fascino. Un vulcano (il più alto d’Europa, con ben 3.350 metri) alle cui pendici, e oggi sino ai 1.000 metri, si tramanda una millenaria tradizione vitivinicola. Furono i greci, fini vignaioli, a far prosperare la coltura della vite e la cultura del buon vino. Le prime tracce sono risalenti all’VIII e V Secolo A.C., momenti che testimoniano l’odierna propensione agricola e viticola di un luogo impervio e bellissimo come l’Etna. Dopo i fasti dell’epoca romana i vignaioli etnei hanno vissuto un lunghissimo periodo di appannamento, che si esaurisce intorno al 1.200 D.C., quando lentamente riparte la coltura della vite. Nel 1869 G. Gregorio cita i rinomati vini della Contea di Mascali, che pochi decenni prima avevano dato il nome al Nerello. Si pensa infatti che il vitigno rosso più importante della zona, imparentato con il Sangiovese, abbia avuto come epicentro di diffusione proprio le terre comprese tra Giarre e Mascali. Dopo l’arrivo della fillossera, ed il successivo crollo del mercato del vino siculo, anche l’Etna ha vissuto un lungo periodo di abbandono e di perdita di saggezza agricola, visionariamente recuperato negli ultimi 20 anni grazie al fiuto di Marc de Grazia, che da cosmopolita qual’è, ha saputo elevare il potenziale qualitativo e d’investimento di quest’area. La scelta di seguire le menzioni comunali (ispirandosi al dogma borgognone) ha portato all’odierna frammentazione di vigneti unici, che riescono a plasmare profondamente i caratteri del Nerello (sia Mascalese che Cappuccio) e che trasmettono una chiara differenziazione agli occhi del consumatore. Tra le 133 località menzionabili in etichetta, oggi pongo la mia attenzione sulla Contrada Santo Spirito, una delle più conosciute del comune di Castiglione di Sicilia, compresa tra Passopisciaro e Randazzo. Siamo nel settore Nord del vulcano, multilateralmente riconosciuto come il più performante per produrre i grandi vini etnei. Qui, accanto ad aziende come Passopisciaro, Palmento Costanzo, Girolamo Russo e Tenuta delle Terre Nere sorge una realtà emergente, che vanta una lunghissima storia di conservazione dei vigneti in Santo Spirito. L’azienda si chiama Irene Badalà, un’auto referenza della produttrice, che ha voluto marcare con orgoglio un possedimento familiare che viene coccolato e perpetuato da più di 2 secoli. 3 ettari a circa 700 metri di altitudine, che sorgono su ben tre colate laviche differenti, che differenziano lo scheletro di un terreno tendenzialmente molto sciolto e ben drenante. Un vigneto importante che usufruisce persino di fondamentali sbalzi termici tra notte e giorno, che nei periodi estivi divengono determinanti per mantenere bassi i PH delle uve. L’avventura in bottiglia, di Irene, comincia nel 2013, grazie alla spinta decisiva di Marc de Grazia, che dopo aver vinificato il suo vigneto l’ha spronata ad emanciparsi e a diventare produttrice. Un esempio di come, ancora una volta, il buon de Grazia abbia saputo incentivare la crescita delle persone che abitano questi luoghi.

L’odierna gamma dei vini comprende un bianco (100% Carricante), un rosato ed un rosso (entrambi 100% Nerello Mascalese) che esprimono strutture lineari, instradate dai binari di acidità e salinità. Rappresentano un gusto molto avanguardistico, che preannuncia la loro innata propensione al lungo invecchiamento.

Il potenziale dei vini è, oggettivamente, altissimo e di seguito vi racconto l’Etna Rosso DOC, che è per me una delle più folgoranti recenti scoperte enoiche.

LA DEGUSTAZIONE

Figura 2 – Bottiglia di Etna Rosso DOC 2018 di Irene Badalà.

Etna Rosso DOC 2018
100% Nerello Mascalese proveniente da vigneti posti a 700 metri di altitudine, su terreno ricco di scheletro. Vinificato in acciaio e maturato in barriques usate per circa 10 mesi.
Si presenta di un colore rosso rubino scarico e al contempo vivido e luminoso, impostandosi, già dalla vista, su di un carattere leggiadro e vibrante. I profumi sono chiari e ben sfaccettati, in ordine si esaltano i toni di ribes rossi, petali di rosa, china, prugna e cardamomo secco. Il sorso è verticale, teso (come ogni vino di Irene) intorno alla vibrante acidità. L’impalcatura tannica, viene esaltata dalla freschezza, mettendo in luce una deliziosa nervosità. Pur essendo ancora molto lontano da uno sviluppo armonico, le componenti aromatiche invadono il cavo orale, generando un susseguirsi di ricordi di tarocco siciliano, lampone e cardamomo essiccato. Chiude con somma raffinatezza, mettendo in mostra un limpido e roboante futuro, per il prossimo affinamento in bottiglia.
Da abbinare con una ricca ed unta porzione di parmigiana di melanzane!

TheMarchian.

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