Nel segno dell’acidità – Barbaresco DOCG Montestefano 2014 – Rivella

Quando si parla di Nebbiolo il nostro inconscio ci trasporta immediatamente al Piemonte, e più precisamente in un’area vocata e benedetta dal pagano dio Bacco. Le Langhe, terre intrise di storia legata all’agricoltura, che nell’ultimo secolo hanno visto primeggiare la remunerativa coltura della vitis vinifera europea. Le Langhe sono state rese famose da due vini simili ma non uguali: il Barolo e il Barbaresco, che sono due prodotti entrati di diritto nell’Olimpo dell’enologia mondiale; fratelli legati dal vitigno (il Re Nebbiolo) e divisi dalle differenze geologiche, che danno origine a vini dall’anima comune ma dalle caratteristiche molto diverse. Oggi parlo di quello che per anni è stato considerato il fratello minore, quel Barbaresco tante volte sottovalutato da appassionati e da addetti ai lavori, ma che in virtù delle abilità di produttori commercialmente illuminati (come Gaja, Ceretto, Giacosa, Roagna ed altri) è riuscito a farsi strada e talvolta a primeggiare sul tanto blasonato e riconosciuto Barolo. Tra i grandi e altisonanti nomi che girano intorno alla città di Barbaresco, ho scelto di affidare il mio cuore ed il mio palato ad un maestro di vigna, che lavora da anni a Montestefano, un’intera costa ad EST del paese che si bea di una esposizione completamente rivolta verso SUD. Qui, su terreni emersi durante il Tortoniano (circa 11/7 milioni di anni fa) composti prevalentemente da sedimenti fini come: sabbie, limo e argille, tra i 195 e i 275 metri s.l.m. lavora il vignaiolo in questione: Teobaldo Rivella, figlio di Serafino e fratello di quel Guido che ha fatto la fortuna tecnica (in qualità di enologo) di Angelo Gaja. Lo stile di Serafino è un po’ come lui, diretto, sincero, giovanile ed essenziale, in poche parole classico e tradizionale. Classico in quella austerità di naso che marca le più belle espressioni del Nebbiolo (e dei miei amati Sangiovese) e tradizionale nella ricerca dell’eleganza, vedendo come uno stupro l’incontro evolutivo tra Barrique e Nebbiolo. Idealista della prima ora, non ha mai ceduto il suo operato artigianale alle lusinghe del mercato (che chiedeva uno stile più “fruttone”, morbido e piacente), ma anzi ha marcato ancor più nettamente la differenza tra il know-how tramandatogli dal padre e le pratiche unificanti dell’enologia internazionalista targata anni ’90. Lo stile di una volta era semplice, tanto lavoro in vigna che garantiva la crescita di uve sane, fenologicamente mature, allevate su di una parcella di  territorio estremamente vocata per composizione del terreno, altitudine, micro clima e adattamento delle piante. In cantina i vignaioli di un tempo facevano ben poco, se non seguire il vino (durante tutte le sue fasi di vinificazione) come un figlio bisognoso di continue attenzioni, usando la pazienza dell’attesa come mezzo per arrivare al fine dell’eccellenza del prodotto finito. Come ama raccontare Serafino, esistono dei valori civili ed umani che sono stati messi da parte per favorire il consumismo e la super-produttività; questi valori come la pazienza, il rispetto, la coerenza e la collaborazione fanno parte del suo modo di vivere, e vi posso assicurare – che come spesso accade – si ritrovano tutti, dentro un calice ricolmo del suo Barbaresco. Lui non ha mai avuto fretta di affermarsi, bensì ha saputo attendere caparbiamente il momento in cui i consumatori si sarebbero “allenati” (attraverso la conoscenza e l’esperienza) al suo gusto ripido, fresco e salino, che non scende a compromessi per smussare le sue volute asperità. Da amante delle durezze del vino (acidità, tannicità e sapidità) sono subito caduto tra le sue braccia abbronzate dal sole delle tante vendemmie, e sono divenuto un amante emozionato del suo pensiero applicato al mestiere del vignaiolo. Questa sera, circondato dal calore di amici dal cuore d’oro, e come me amanti di questa filosofia esistenziale, decido di condividere un suo Barbaresco Montestefano 2014, un’annata di grandi Barbaresco, poichè le vigne sono state risparmiate dalle grandinate che hanno colpito i comuni di Barolo. Lo stappo un’oretta prima del servizio e aspetto che Chiara ci porga degli splendidi ravioli del Plin, adagiati su cremoso di patate e riduzione di vino rosso. Servono calici ampi per far aprire al meglio il bagaglio di profumi di questo Barbaresco, che come da copione inizia con il suo tratto austero e un po’ schivo. Poco a poco emana scie di eleganza, legate dapprima a note di piccoli frutti rossi freschi (ribes, ciliegie e fragoline di bosco) successivamente emergono le vampate floreali della profumata lavanda fiorita, e conclude con dei refoli di tabacco, cioccolato fondente, incenso e pepe nero appena macinato. Poesia pura, che trova una diversa impostazione dal punto di vista tattile, quando immettiamo il vino nei nostri cavi orali. Il sorso si erge fresco e dinamico in ingresso, che porta con sè l’aromaticità dei piccoli frutti rossi. L’acidità domina e irrobustisce il tannino, che si rivela spesso, fitto ma anche perfettamente estratto, che blocca il centro bocca e lascia intendere l’estrema longevità di questo vino. Passati gli attimi di blocco della salivazione è il momento di deglutire il vino, che in questa fase ci dona la sua essenza fruttata, composta da succo di ribes rosso, pompelmo rosa e lampone. La lunga persistenza vede intrecciarsi il pepe nero insieme alle balsamiche note di fiori di lavanda, che campeggiano in retro-olfattiva per una quantità di secondi incalcolabile. Lo abbiniamo allo splendido piatto di ravioli del Plin e portiamo il godimento terreno fino a livelli raramente raggiungibili… perchè? Perchè noi amanti delle durezze del vino siamo così, ci emozioniamo dinanzi a gusti veri, corroboranti, che non sono fatti per tutti, ma solamente per chi trova la pazienza di aspettare il momento della fine della bottiglia per dare la propria impressione su di un vino. Grazie Teobaldo, per queste emozioni colme di ricordi della visita a Montestefano nel Dicembre 2018, che oggi attraverso un sorso del tuo vino sono tornate a galla, allietando un momento di condivisone di cibo, di vita e di amicizia.

Dedicato a Paolo, Vincenzo, Giorgio, Marcello, Chiara ed Elisa, amici sommelier e fedeli compagni di bevute straordinarie, anzi stracciamutande!!


TheMarchian.

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