Carattere e tradizione -Campo dell’Orzo IGT 2015 – Vallone di Cecione

50 lunghi giorni di macerazione per questo Sangiovese in purezza di Francesco Anichini, che a Panzano sfrutta la grande annata per estrarre polposità e tannicità, creando un vino forte e caparbio. Questo Campo dell’Orzo 2015 che proviene dalla parcella migliore delle sue vigne, prende il nome dalla sua antica origine vocata alla coltivazione di seminativi, che quindi la identificavano come il punto più fertile della collina. Il suolo argilloso sul quale poggia gli consente di avere una riserva idrica importante, che permette alle piante di svolgere una maturazione senza stress, sotto alla forte insolazione della Conca d’Oro. Vista la grande ricchezza polifenolica del Sangiovese di questo areale chiantigiano, allungare di molto la macerazione in cemento significa preparare il vino allo step successivo, quello della maturazione in una grande botte austriaca da 20 hl, che si protrae per ben un anno. È un vino che racconta una storia familiare, quella di Francesco e di suo nonno (entrambi presenti nella foto sull’etichetta), che romanticamente ricorda la vita di questo campo, un tempo usato per produrre gli alimenti che sfamavano gli animali della fattoria, una sorta di ringraziamento da parte di Francesco nei confronti di chi prima di lui aveva messo l’amore in questa terra. Guarda caso lo apro proprio durante un pranzo domenicale, insieme alla mia famiglia, come a proseguire quell’idea conviviale e tradizionale promossa dai vini di Vallone di Cecione. Ha una colorazione molto elegante, che unisce un bel rubino vivace all’emozionante semi-trasparenza del Sangiovese chiantigiano, senza incupirsi, anzi mantenendo una luminosità veramente eccezionale. Avvicino il mio calice Zalto al naso e mi fa viaggiare… con la mente mi fa tornare a quella mattina di Luglio quando con Francesco lo stavamo assaggiando nella sua sala degustazione e venivo profondamente colpito dal suo stile sincero e molto legato al senso della fatica contadina. Quindi la prima nota a balzarmi sotto le narici è quella della profumatissima lavanda, che si espande diventando balsamica e arrivando a comprendere il cardamomo, la canfora e l’alloro. Ruoto un po’ il calice e si palesano le note fruttate legate alla ciliegia sotto spirito e alla confettura di lampone. La parte dominante del vino si incarna in note profondamente collegate con la terra, in cui riconosco i profumi del sottobosco e della rugginosità della carne cruda, poi sui bordi delle narici compaiono quei refoli di oli essenziali di agrumi che distinguono il Sangiovese della nostra terra rispetto al resto del mondo. L’assaggio è di carattere, infatti esprime il piglio tipico di Panzano, con un sorso potenziato dalla struttura del tannino e dall’impatto pseudocalorico. La sferzata balsamica che si manifesta a centro bocca acquieta l’espansività calorica iniziale per lasciare spazio ad un proseguimento elegante, stimolato da rinfrescanti sbuffi di menta piperita. La saporosità della chiusura mi rimanda alla concentrazione della liquirizia mista alla saporosità del sale in fiocchi, un timbro caratterizzante dei vini di Vallone di Cecione. Come il suo creatore, questo Sangiovese, interseca la tipica caparbietà toscana alla tradizionalità chiantigiana e dimostra quanto la fatica in vigna e la voglia di mettersi in discussione facciano la differenza nel creare vini animati, vivi e molto conviviali.


TheMarchian.

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